martedì 13 novembre 2012

La politica è solo guerra di poltrone? La democrazia ha bisogno di persone perbene, di rappresentanti onesti che diano un esempio positivo alle nuove generazioni (di Roberto Del Brocco)

La politica è solo guerra di poltrone? La democrazia ha bisogno di persone perbene, di rappresentanti onesti che diano un esempio positivo alle nuove generazioni. L’uomo non sa più come fare per vivere una condizione di normalità. Sembra addirittura che essere normali sia una colpa. La persona normale non fa notizia, è scontata, è uno stereotipo che indispettisce, che dà fastidio. Dà fastidio alla politica, a chi detiene il potere, al vicino di casa, a coloro che sono stati abituati a fare tutto quello che vogliono in barba alla legalità, alla giustizia, al buon senso, al rispetto pubblico e privato. La regola è diventata la grande nemica della nostra società. E’ trattata come una forma restrittiva del vivere quotidiano, come negazione del diritto di affermazione del proprio essere, come un vincolo borghese che, per anni, ha annientato la libera espressione dell’animo umano, come un nodo creato da una civiltà desiderosa di affermare il proprio dominio temporale e culturale.

La nomenclatura “ricatta” il popolo, pretende il suo consenso, ma in cambio non offre nulla di veramente democratico. Il diritto di voto continua ad essere il punto fermo della Costituzione italiana, il diritto politico per eccellenza, ma ha perso di incisività e di dinamismo funzionale, perchè i “giocatori” gli impediscono di agire positivamente sui destini del nostro Paese. I rappresentanti delle confraternite politiche si riciclano sistematicamente, non abbandonano le poltrone, i superstipendi, i privilegi, l’immagine televisiva, sono incollati al potere e hanno completamente perso di vista la realtà, legata alla quotidianità del vivere. Sono lontani anni luce dai problemi della gente, dalle notti insonni di chi non sa come affrontare un nuovo giorno, da chi non riesce più a sorridere ai propri figli, da chi non riesce più a gestire la propria umanità.

Mentre la normalità si dibatte nei suoi mille problemi, i colletti bianchi della politica parlano di lavoro, in molti casi senza aver mai lavorato. Parlano ai lavoratori, a coloro che partono la mattina presto, ai cassintegrati, ai vecchi con pensioni fasulle, agli ammalati costretti a tirar fuori i denti per sopravvivere, ai giovani che non trovano lavoro, a tanta gente ignara di come sarà l’alba del nuovo giorno, ma lo fanno perché tutto questo è diventato lo stereotipo comune per continuare a mantenere ciò che hanno rosicchiato un po’ di qua e un po’ di là. Se non pieghi la testa diventi un ribelle. Il sistema non vuole che la gente pensi, che stimoli le proprie funzioni cerebrali, che si riappropri dell’identità perduta, non vuole che l’uomo sviluppi la sua capacità critica, la sua libertà, il suo senso di responsabilità.

Teme il risveglio e così immerge le coscienze nel pantano di una televisione senza freni e inibizioni, diventata paladina di varie forme di destabilizzazione. Il diritto di voto può cambiare qualcosa? Forse la coalizione di governo, ma non le persone che gestiscono la macchina governativa. Ci sono deputati e senatori che hanno trascorso tutta la vita nei palazzi, che hanno sommato decine di legislature, eppure sono ancora lì, perché quei palazzi sono diventati le loro case di riposo dorate. La democrazia italiana è democratica solo in apparenza, di fatto può benissimo considerarsi una “monarchia ereditaria” o un’oligarchia o una somma di oligarchie o un crogiuolo di lobby o una tirannìa. Un eccesso di garantismo ha immoblizzato il sistema. Troppi poteri producono un’immensa burocrazia politica.

La democrazia deve potersi rinnovare, deve sottoporsi a controlli e valutazioni e il popolo deve tornare ad essere il vero sovrano delle grandi decisioni del Paese, ma per fare questo deve fare un bagno di umiltà, deve rimettersi a studiare, deve smetterla di chiedere favori, di diventare cliente di personaggi senza arte né parte, abilissimi nel manipolare il cuore e il cervello delle persone, deve ritrovare la propria personalità e quell’identità che gli viene abbondantemente riconosciuta dalla Costituzione italiana. La politica deve essere aperta a tutti, ma soprattutto a chi se la merita. I meriti possono avere sfumature diverse, ma devono essere supportati da una condotta irreprensibile e verificata, in modo tale che una volta diventata pubblica possa comunicare valori e sentimenti positivi, fiducia nelle istituzioni, amore per il bene pubblico, competenza, entusiasmo, servizio.

Gl’inquisiti e i condannati, nel nostro Paese, godono di un muro protettivo, costruito ad hoc per mantenere intatto il potere assurdo dell’ipocrisia, di amicizie e condivisioni che hanno il sapore di una solidarietà di stampo mafioso. Si dovrebbe ridurre drasticamente i parlamentari, favorendo il loro ingresso nel mondo del lavoro, in modo tale che si rendano conto di persona che cosa significhi sudare, sopportare, rinunciare, tremare, vivere giorno per giorno contando gli euro. Bisognerebbe spazzare via i privilegi, dare ampio spazio all’intelligenza, consentire il ricambio. Il merito deve tornare ad essere l’elemento distintivo di una scelta. Onestà, senso del dovere, obbedienza, integrità morale, capacità intellettive e umane, correttezza e rispetto, sono i pilastri sui quali occorre ricostruire la democrazia.

La politica deve generare certezze, garanzie, fiducia e speranze. Una vera democrazia ha bisogno di persone perbene, di uomini e donne che sappiano essere esempi positivi per le nuove generazioni, persone che sappiano interpretare i bisogni della gente, l’ansia di poter vivere dignitosamente la propria esistenza. Per fare questo occorre un cambiamento epocale che deve avere come protagonista il popolo e la coerenza di chi ha mantenuto intatto il proprio livello di onestà.

Roberto Del Brocco

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